venerdì 18 maggio 2012

Cambiamento

 

A volte penso ai miei nonni, per lo meno a quelli che più conoscevo, quelli materni.

Classe 1908 e 1913, a volte penso a come vivevano  e ai loro desideri, preoccupazioni e giornate.

Così diverse, così lontani eppure nella sostanza così simili e così vicini.

Mi chiedo cosa hanno pensato quando erano giovani e il mondo scivolava di nuovo in una devastante guerra.

Erano altri tempi certo e per causa di forza maggiore erano meno consapevoli. Non per colpa meno istruiti.

Faccio le differenze e mi accorgo che noi attraverso loro e i nostri genitori abbiamo molte più cose e maggiore consapevolezza e istruzione.

Ma mi chiedo se noi siamo cambiati.

E la risposta non mi piace.

Osservo, leggo e mi preoccupo. Ho l’ impressione che fatte le debite proporzioni non siamo cambiati.

Ascolto i discorsi della gente che comincia a rendersi conto che questa crisi che stiamo vivendo non è un temporale estivo, nemmeno invernale ma uno tsunami che quando passa devasta e cambia la geografia del territorio quello che stiamo vivendo è infatti un cambiamento epocale.

Eppure era prevedibile, non quando ma che sarebbe arrivato si, non ricordo infatti manifestazioni di piazza quando il debito pubblico saliva.

Osservo una classe politica assolutamente deludente e inadeguata ma anche una società che (vedi Grecia) cerca scorciatoie per non cambiare niente anche rivoluzionando tutto (sa molto di quello che diceva il principe nel libro Il Gattopardo).

Osservo il vuoto assoluto di alcuni post nei blog, lamentele fini a se stesse, progettualità zero, ipotesi: non pervenute, eppure forse anche questo ci descrive, in alcuni paesi arabi con i nuovi media seppure con gran fatica sono nate rivoluzioni inimmaginabili, da noi tranne qualche rara eccezione si va da un lamento e una recriminazione contro chi dirige a un evocazione di separatismi o ritorni alla lira cioè al passato.

Non stiamo più pensando al futuro, siamo bloccati dalla paura, ed è comprensibile abbiamo molto da perdere e non si vede nulla di quello che verrà, ma dobbiamo cominciare a cambiare, in primis noi stessi.

Qualcuno ha scritto che non crede più alle favole eppure ancora adesso ci crediamo quando vogliamo godere di un welfare che nessuna generazione prima di noi ha mai avuto ma non vogliamo pagarne il prezzo, quando in un certo senso eleggiamo “principi azzurri” affinchè ci pensino loro basta che non ci dicano la verità, si inventino quello che gli pare, l’ importante è che non cambi nulla, quando andiamo in pensione troppo presto, quando troviamo normale che ci chiedano pagamenti in nero.

E allora penso a mio nonno e alla più grande eredita che mio ha lasciato, l’ esempio di un uomo che ha attraversato momenti duri, duri davvero, ma li ha attraversati gettando le basi di quello che oggi abbiamo.

Rileggo infatti le parole scritte da una mia zia di quando mio nonno tornò dal campo di concentramento e medito di quanto in basso l’ uomo sa scendere e giustificare stragi contro persone della propria specie, ma penso anche alla sua capacità di rialzarsi e di ricominciare, con grande fatica e sacrifici.

Penso ai nostri tempi alle innegabili difficoltà e trasformazioni che attraverseremo e il pensiero va  alle belle parole di Charles Dickens con cui apre il racconto “Le due città”:

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’ epoca della fede e l’ epoca dell’ incredulità; il periodo della luce, e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’ inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevano nulla dinanzi a noi”

Nessun commento:

Posta un commento