mercoledì 24 ottobre 2012

La vita è difficile, ma non è grave.

«Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore.

La vita è difficile, ma non è grave.

Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di d'individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.

E' l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. »

( Diario, pagine 126-127 )

Tratto da Diario di Etty Hillesum, per capire chi era eccone la biografia

venerdì 19 ottobre 2012

Libro in uscita: Mettersi in gioco di Carlo De Benedetti

 

Di solito pubblico post su libri che ho già letto ma stamane leggendo questo articolo

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/10/19/news/de_benedetti_libro-44830666/?ref=HREC1-1

ho trovato delle idee che condivido appieno e infatti vi consiglio di leggere l’ articolo che trovo molto interessante.

Intanto attendo con curiosità l’ uscita del libro, nella speranza che possa essere fonte di riflessione e cambiamento.

Ringrazio la Einaudi per la possibilità di condividere con qualche riga di codice html l’ uscita del libro sui propri blog.

domenica 7 ottobre 2012

Recensione “Non ci possiamo più permettere uno stato sociale” di Federico Rampini

 

Provo grande gratitudine per chi mi ha insegnato che quando capita l’ occasione è meglio ammettere di sapere poco o nulla di un determinato argomento piuttosto che “sparare la risposta”, il provarci non ci rende più simpatici.

Ricordo con grande affetto chi mi ha aiutato a capire che le regole del senso comune, della strada, possono essere valide in un certo contesto ma non sono “legge” in sistemi, organizzazioni, procedure decisamente più complessi, non ci è richiesto di sapere tutto, desiderare di conoscerlo si.

Ammettere di non sapere e voler imparare è secondo me indice di intelligenza e umiltà e credo ultimamente sia merce rara; più facile è invece usare l’ arma del ragionamento  senza poggiarlo su solide basi, più semplice è  disputare all’ infinito e senza direzione visto che il ragionamento non ha basi.

Impera il diritto alla contestazione (fatta nel modo giusto è utilissima), spopola il post di lamentela, dilaga la lettera al giornale, ma spesso come ho già scritto muore lì, senza spirito critico, senza analisi non dico a 360 gradi ma almeno oltre il proprio naso.

Invero mi continuo a chiedere perché chi ha le soluzioni dei problemi del mondo (o crede per lo meno) sia ovunque meno che nei posti dove si decide.

Ho premesso quanto sopra per introdurre la recensione dell’ ultimo libro di Federico Rampini.

Questo perché ho letto molti libri di Rampini, libri che questo autore ha scritto permettendomi di calarmi in nazioni e società che probabilmente non visiterò mai ma che trasformano ormai con grande incisività la mia vita quotidiana e il mio futuro.

Mi ha permesso la lettura (sempre con il beneficio del dubbio) di avere se non verità, almeno opinioni ben documentate, e di comprendere fenomeni macro economici e trasformazioni sociali con i giusti occhiali non deformati da demagogia o pressapochismo (da strada appunto, il mondo finisce lì dove finisce il vicolo dove abito, l’ unica lingua è la mia, l’ unica religione, vissuta - se vissuta – come un self service a cui prendere quello che più mi piace è la mia).

Quest’ ultimo libro tratta ancora una volta dei problemi causati da questa interminabile crisi e nello specifico di un pensiero che circola e di cui ho spesso letto ossia che davvero non possiamo permetterci più lo stato sociale che in svariate forme abbiamo conosciuto e ha reso più facile la nostra vita.

Rampini in questo libro con la consueta abilità e chiarezza difende il nostro sistema confrontandolo con altri.

Il libro è davvero interessante, stimolante e ne condivido le conclusioni.

Credo però che lo stato sociale vada riorganizzato per aiutare chi davvero ha bisogno, credo debba diventare un sistema che premi chi si rimette in gioco e accetta di riqualificarsi, piuttosto che chi si accontenta di quanto lo stato eroga.

Ma soprattutto credo sia ora di smettere di credere alla favoletta che sia solo colpa della classe politica (che certo non voglio difendere) e non di alcuni che ne hanno abusato.

Come sostengo spesso non ho visto grandi manifestazioni di piazza quando il debito pubblico saliva, non ho visto scioperi quando si erogavano pensioni con anzianità contributive scandalosamente basse, non ho visto ondate di protesta quando si abusava della copertura del sistema sanitario in caso di malattia non per patologie serie ma semplicemente per non lavorare.

Per fortuna esistono milioni di persone che anche domani mattina si alzeranno con la voglia di fare bene, di lavorare, di confrontarsi con il mercato, con fatica e sacrificio con la volontà di creare prodotti efficienti e desiderabili che stimoleranno altri a impegnarsi a dare il meglio per guadagnare e comperarli.

La crescita economica si ottiene così e lo stato sociale deve essere quella rete che mi permetta di rischiare, di mettermi in gioco; sicuro che se cado non sia per sempre.

sabato 6 ottobre 2012

Siamo figli della Rivoluzione Francese

 

Condividendo appieno la frase di fine intervista di Eugenio Scalfari che da il titolo al mio post, desidero quindi condividere l’ intervista presente sul sito di Repubblica con chi avrà il piacere di vederla.

Ricordo infatti con gran piacere la lettura del libro “Per l’ alto mare aperto” che consiglio caldamente e di cui qui si può trovare la mia recensione.

venerdì 5 ottobre 2012

Recensione: “Poesie” di William Blake

 

La sensazione che ho avuto passando dalle poesie di Baudelaire a quelle di Blake era quella di passare dal diavolo all’ acquasanta (in particolare leggendo “I canti dell’ innocenza”).

Battute a parte in realtà ho scoperto in William Blake un poeta complesso, profondo e molto interessante, affezionandomi al suo modo di scrivere poesie e alla sua sensibilità.

Come faccio sempre quando leggo di poesia, nell’ ottica di meglio capire le opere dell’ autore, leggo prima le poesie, e dopo averle fatte decantare nella mia mente, cerco di collocare l’ autore nella storia della letteratura ricavandone spesso una migliore comprensione dell’ artista e del suo tempo.

Così è stato per William Blake, che visse tra il 1757 e il 1827 in Inghilterra ed è tra i precursori del Romanticismo soprattutto come ben spiegato qui del Romanticismo inglese nella versione onirico-visionaria.

Tra le molte poesie di questo volume quelle che maggiormente mi hanno colpito sono quelle contenute nei “Song of Innocense” del 1789 e i “Song of Experience” del 1794.

Leggendone in successione le raccolte mi è venuta spontanea la domanda se tra le due opere fosse successo qualcosa all’ autore.

Ad esempio: 1789  - escono i Canti dell’ Innocenza dove si respira un atmosfera idilliaca, quasi irreale simbolo ne è la poesia “The Lamb – L’ agnello”

Agnellino, chi ti fece?
Sai chi ti fece?
Ti diede la vita, e ti disse di nutrirti
Dal ruscello e sopra il prato;
Ti diede un vestito di delizia,
Il più morbido vestito, di lana, chiaro;
(Chi) Ti diede una così tenera voce,
da fare gioire tutte le valli!
Agnellino, chi ti fece?
Sai chi ti fece?
Agnellino, te lo dirò,
Agnellino, te lo dirò:
Egli è chiamato col tuo nome,
Poiché Egli Si chiama Agnello.
Egli è mite, ed Egli è buono;
Divenne un piccolo bambino.
Io un bambino, e tu un agnello,
Siamo chiamati col Suo nome.
Agnellino, Dio ti benedica!
Agnellino, Dio ti benedica!

 

Invece del 1794 sono i “Song of Experience” o Canti dell’ Esperienza in cui l’ atmosfera è più cupa, pesante ma reale e consapevole, in cui la poesia che ho trovato esserne simbolo è “The Tiger – La Tigre”

Tigre! Tigre! Ardente e Luminosa,
nelle foreste della notte,
Quale immortale mano o occhio
poté dare forma alla tua agghiacciante simmetria?
In quali lontani abissi o cieli
bruciò il fuoco dei tuoi occhi?
Su quali ali osa egli librarsi?
Quale la mano che osa afferrare il fuoco?
E quali spalle, e quale ingegno,
poté torcere le fibre del tuo cuore?
E quando il tuo cuore iniziò a battere,
quale terribile mano? E quale terribile piede?
Quale martello? Quale catena?
In quale fornace fu (plasmata) la tua mente?
Quale incudine? Quale terribile stretta
osa afferrare il suo mortale terrore?
Quando le stelle gettarono le loro lance
e lavarono il paradiso con le loro lacrime:
Egli sorrise a vedere il Suo lavoro?
Colui che creò l'Agnello, creò te?
Tigre, Tigre, luce chiara
nelle foreste della notte:
quale immortale mano od occhio
osò dare forma alla tua terribile simmetria?

In effetti la domanda se fosse accaduto qualcosa tra le due raccolte all’ autore è pertinente.

Il 1789 è l’ anno della Rivoluzione Francese, è il momento delle possibilità del cambiamento, delle mille promesse e dei mille propositi (come quando si è giovani e tutto sembra possibile - L’ età dell’ innocenza in effetti), il 1794 invece ha visto trasformarsi una buona premessa (la Rivoluzione Francese) nel periodo del Terrore e poi come sapete nell’ Impero Napoleonico e infine la Restaurazione (un pò come quando adulti si diventa più realisti ma anche un po’ più cinici).

Anche Blake in effetti subisce dapprima questo innamoramento e poi questo disincantamento.

Particolare non meno importante della sua attività artistica sono le sue stampe di cui potete trovare traccia qui, indispensabili per capire un artista davvero unico.