domenica 7 ottobre 2012

Recensione “Non ci possiamo più permettere uno stato sociale” di Federico Rampini

 

Provo grande gratitudine per chi mi ha insegnato che quando capita l’ occasione è meglio ammettere di sapere poco o nulla di un determinato argomento piuttosto che “sparare la risposta”, il provarci non ci rende più simpatici.

Ricordo con grande affetto chi mi ha aiutato a capire che le regole del senso comune, della strada, possono essere valide in un certo contesto ma non sono “legge” in sistemi, organizzazioni, procedure decisamente più complessi, non ci è richiesto di sapere tutto, desiderare di conoscerlo si.

Ammettere di non sapere e voler imparare è secondo me indice di intelligenza e umiltà e credo ultimamente sia merce rara; più facile è invece usare l’ arma del ragionamento  senza poggiarlo su solide basi, più semplice è  disputare all’ infinito e senza direzione visto che il ragionamento non ha basi.

Impera il diritto alla contestazione (fatta nel modo giusto è utilissima), spopola il post di lamentela, dilaga la lettera al giornale, ma spesso come ho già scritto muore lì, senza spirito critico, senza analisi non dico a 360 gradi ma almeno oltre il proprio naso.

Invero mi continuo a chiedere perché chi ha le soluzioni dei problemi del mondo (o crede per lo meno) sia ovunque meno che nei posti dove si decide.

Ho premesso quanto sopra per introdurre la recensione dell’ ultimo libro di Federico Rampini.

Questo perché ho letto molti libri di Rampini, libri che questo autore ha scritto permettendomi di calarmi in nazioni e società che probabilmente non visiterò mai ma che trasformano ormai con grande incisività la mia vita quotidiana e il mio futuro.

Mi ha permesso la lettura (sempre con il beneficio del dubbio) di avere se non verità, almeno opinioni ben documentate, e di comprendere fenomeni macro economici e trasformazioni sociali con i giusti occhiali non deformati da demagogia o pressapochismo (da strada appunto, il mondo finisce lì dove finisce il vicolo dove abito, l’ unica lingua è la mia, l’ unica religione, vissuta - se vissuta – come un self service a cui prendere quello che più mi piace è la mia).

Quest’ ultimo libro tratta ancora una volta dei problemi causati da questa interminabile crisi e nello specifico di un pensiero che circola e di cui ho spesso letto ossia che davvero non possiamo permetterci più lo stato sociale che in svariate forme abbiamo conosciuto e ha reso più facile la nostra vita.

Rampini in questo libro con la consueta abilità e chiarezza difende il nostro sistema confrontandolo con altri.

Il libro è davvero interessante, stimolante e ne condivido le conclusioni.

Credo però che lo stato sociale vada riorganizzato per aiutare chi davvero ha bisogno, credo debba diventare un sistema che premi chi si rimette in gioco e accetta di riqualificarsi, piuttosto che chi si accontenta di quanto lo stato eroga.

Ma soprattutto credo sia ora di smettere di credere alla favoletta che sia solo colpa della classe politica (che certo non voglio difendere) e non di alcuni che ne hanno abusato.

Come sostengo spesso non ho visto grandi manifestazioni di piazza quando il debito pubblico saliva, non ho visto scioperi quando si erogavano pensioni con anzianità contributive scandalosamente basse, non ho visto ondate di protesta quando si abusava della copertura del sistema sanitario in caso di malattia non per patologie serie ma semplicemente per non lavorare.

Per fortuna esistono milioni di persone che anche domani mattina si alzeranno con la voglia di fare bene, di lavorare, di confrontarsi con il mercato, con fatica e sacrificio con la volontà di creare prodotti efficienti e desiderabili che stimoleranno altri a impegnarsi a dare il meglio per guadagnare e comperarli.

La crescita economica si ottiene così e lo stato sociale deve essere quella rete che mi permetta di rischiare, di mettermi in gioco; sicuro che se cado non sia per sempre.

Nessun commento:

Posta un commento