mercoledì 19 dicembre 2012

Le ragioni del credere

 

Un filosofo francese del XII secolo, Bernardo di Chartes disse:

”Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”.

Non so perché ma ho sempre creduto che la frase fosse di Newton che forse la ha solo citata.

Comunque sia, spiega benissimo quanto io con le mie parole non sarei in grado di esprimere, anche se ci provo nelle righe seguenti.

Da sempre sto cercando di comprendere il senso della vita della vita che percorro e ho concluso che esistono due strade principali:

una è rivolta verso Dio (qualsiasi cosa voglia dire per voi);

l’ altra verso l’ uomo, la sua realizzazione e il senso finale di esserlo, e passa attraverso la scienza, la filosofia, queste due strade a volte viaggiano separate su binari paralleli ma a volte i binari si incrociano confondendosi.

In entrambi i casi mi accorgo davvero, che nella ricerca sono sulle spalle di giganti dello spirito e laici, e mi sento nano si, ma grazie a loro davvero posso vedere più in la.

Ne cito due tra i tantissimi:

Norberto Bobbio:
"I due mali contro cui la ragione filosofica ha sempre combattuto – e deve combattere ora più che mai – sono, da un lato, il non credere a nulla; dall'altro, la fede cieca."

Parole davvero significative e attuali, ravvisabili non solo nella filosofia ma anche nel vivere quotidiano.

Ha ragione Bobbio sempre più si oscilla tra questi due estremi:

il non credere a nulla, moderno nichilismo; inteso come non credere nell’ uomo  e nei suoi incredibili progressi anche se con drammatiche cadute e la grande potenzialità e nemmeno il non credere a Dio o qualcosa di trascendente e non cercarlo in nessuna forma.

E questo è ravvisabile in molti comportamenti osservabili accanto a noi, nel disimpegno come regola sia esso nel campo politico, familiare, sociale e del retto comportamento, o nell’ impegno a “respiro breve” (per la mia famiglia e chi se ne frega degli altri, per il mio quartiere, per il mio gruppo), nel bastarsi legato solo alle piccole cose della vita.

O anche nella mancanza di fiducia nelle istituzioni (non provo a cambiarle, semplicemente mi chiudo in me stesso, mi basto), nella sfiducia nel prossimo come regola di vita e tecnica di sopravvivenza (di sicuro vuole fregarmi), oppure nella mancanza di rispetto per il ruolo professionale o sociale che ognuno ha (siamo tutti  nel contempo insegnanti, avvocati, medici, economisti, presidenti del Consiglio, allenatori, magistrati, poliziotti, psicologi e non riconosciamo al nostro prossimo la sua specificità e competenza nel merito dovuta spesso a serio e intenso studio e preparazione).

La fede cieca, dogmatica, non necessariamente solo religiosa, ma come stile di vita che nega la possibilità di essere accoglienti e all’ ascolto di quanto è diverso da quello in cui credo o come vivo basato sul presupposto che a prescindere io ho sempre ragione e tu torto.

Carlo Maria Martini:
“Ciascuno di noi è al tempo stesso, credente e dubbioso, pieno di speranza e disperato, fiducioso in un aldilà e timoroso della morte”

Frase alla quale penso molto, detta da una persona davvero unica e che indica la nostra condizione umana immersa nel silenzio di Dio, ma che almeno nel mio piccolo spinge a credere in qualcosa, a sentire il desiderio di capire, ad accettare la sfida, a rischiare, ad accettare il cambiamento, a “puntare” sul bene, a sentire la necessità di riconoscere che siamo molto ma non tutto.

A conoscere certo sia il nero che il grigio dell’ animo umano (compreso e soprattutto il mio) a riconoscerlo nella vita quotidiana e sia trovarlo con le parole di scrittori e poeti che la descrivono con incredibile maestria (Baudelaire, Sartre, Camus per citarne alcuni), ma a scegliere il bianco, il bene. Scelta più difficile, più impegnativa.

Queste sono parole, citazioni, e sembrano solo concetti filosofici o spirituali ma non sono solo questo, se si vuole diventano cose molto pratiche azioni quotidiane, atteggiamenti, comportamenti in famiglia, sul lavoro a scuola, ovunque.

E possono cambiarti, dentro!

giovedì 13 dicembre 2012

Recensione: Diario 1941-1943 di Etty Hillesum

 

Bellissimo libro. Etty, ragazza ebrea di 27 anni, la cui vita segue il tragico percorso del suo popolo durante la seconda guerra mondiale, attraverso il suo diario in maniera semplice racconta di un cammino lento e difficile come è per tutti, verso Dio e il valore e significato della vita, percorso inversamente proporzionale al male e alla distruzione che la circonda.

Trova forza e risposta alle sue domande realizzando pienamente il potenziale umano nell' abbandonandosi alla volontà di Dio e comprendendo quanto coraggio ci voglia per rimanere umani quando il mondo si dimentica del significato della parola umanità.

Nel leggerlo ci si aspetta di trovarvi santità e ascesi, vi si trova una persona simile a noi con gli stessi dubbi e difficoltà, con gli stessi errori a dimostrazione che anche per noi nel nostro piccolo è possibile.

E’ un libro che deve farci riflettere sulla speranza, sul coraggio di fare il bene, e aiutarci a non dimenticare mai quanto è accaduto.

Lo ribadirò sempre, e sopratutto in questo tempi di crisi in cui la tendenza a cercare un “colpevole”, a semplificare le cose in maniera pericolosa è molto facile.

Grazie Etty.

venerdì 7 dicembre 2012

Riuscirà questo paese a cambiare?

 

Guardando quanto sta accadendo in rete dopo l’ annuncio del ritorno di Berlusconi noto come sempre il formarsi di due contrapposti schieramenti.

Chi è contento e a favore, e chi scontento logicamente contrario.

Sinceramente la notizia nel merito della persona mi lascia indifferente, mi chiedo piuttosto e qui sorge la preoccupazione quale sarà la politica economica in caso di vittoria elettorale.

Devo dire onestamente che nemmeno un eventuale vittoria della sinistra mi rassicura perché il punto è che chiunque vinca deve continuare nella politica di riforme e risanamento del governo Monti.